Sabina Ghinassi per RAM 2017. L’intervista alla critica/curatrice

Più che curatrice, ama definirsi critica d’arte, alla vecchia maniera e un po’ retrò.

Così vuole descriversi Sabina Ghinassi, figura storica nelle edizioni di RAM che per l’anno 2017 al Museo d’Arte della Città di Ravenna curerà in mostra (concedici questo termine Sabina!) l’opera del giovane fotografo Michele Argnani.

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Cosa significa per te partecipare a RAM 2017 come curatrice? Cosa pensi ti potrà dare più soddisfazioni?

 A RAM partecipo da tanto tempo ed è sempre stata un’esperienza ricca e piena di occasioni. Ho incontrato artisti giovani e straordinari con i quali si è sempre sviluppata una dialettica che mi ha fatto crescere, mi ha ampliato gli orizzonti. Sono grata a tutti quelli che ho incontrato. Non faccio l’elenco perché ognuno di loro mi ha trasmesso qualcosa di importante. Lo stesso posso dire dei co-curatori e di Elettra e Gianluca, con i quali negli anni si sono sviluppati tanti altri progetti interessanti e intuitivi.

Parlaci del tuo lavoro da curatrice e di quel progetto di curatela che ti ha fatto modificare o evolvere il tuo modo di considerare l’arte contemporanea.

Più che curatrice amo definirmi critica d’arte, alla vecchia maniera e un po’ retrò, forse perché da molto tempo scrivo per riviste e quotidiani. Il mio pensiero è che non ci si debba mettere le maschere: tu sei l’artista e io il critico/curatore; dal nostro incontro nasce qualcosa di condiviso, fondante per entrambi. Per questo tutti i progetti hanno fatto evolvere il mio modo di guardare e avvicinarmi all’arte. Tutti gli incontri e le esperienze, anche quelle imbarazzanti, sono state fondamentali.

Cosa deve essere importante in un piano di curatela? Quali sono gli aspetti dell’opera d’arte che ti piace valorizzare? La storia, la luce, la tecnica…

 In un piano di curatela per me è importante raccontare e mettere in rilievo la qualità e il senso di una mostra a 360 gradi. Dipende dal concept della mostra, dalla relazione con gli artisti e con le opere presenti, dall’indicazione di poetica e dal racconto che voglio fare insieme agli artisti. Si tratta sempre di definire un’indicazione di orizzonte.

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Opera di Gianluca Costantini, Laboratorio di Mosaico Anna Fietta
Hai lavorato con un giovane artista su una tematica difficile: “Facciamo un ‘77”. Quali sono state le difficoltà più grandi che hai incontrato?

 Il tema di RAM 2017 è un tema scomodo, difficile. Parlare del 77 significa confrontarsi con una parte di rimosso, sedersi sui chiodi. E per sedersi sui chiodi si deve essere un po’ fachiri, allenarsi. Per quanto mi riguarda “questa scomodità” è stata una grande occasione di riflessione. Ho pensato alla bellezza commovente di quegli anni: a Ivan Ilic, alla Legge Basaglia, ad Alexander Langer, a Erri De Luca, a quello che ho scritto nel testo per Michele, cioè alla fotografia di paesaggio, a questo mettersi in cammino che per me rappresenta lo status della contemporaneità, almeno quanto il virtuale. Ho pensato anche alla Casa da giardiniere che Gilles Clément si è costruito proprio nel ’77 insieme alla sua comunità di amici a La Valleé: senza luce elettrica, con l’acqua del torrente vicino e con la scala fatta con un ramo di castagno caduto nel bosco. Ho pensato al senso di comunità di quegli anni che, per me, ha posto le basi per il senso di comunità contemporaneo. Come le ha poste per l’attenzione per ciò che è marginale e residuale, alla critica nei confronti del consumismo becero che sta rovinando il nostro mondo. Che è quello che raccoglie Michele nelle sue opere.

Raccontaci di Michele Argnani, l’artista che hai curato in mostra. Pensiamo che le sue fotografie siano fatte di luoghi lasciati vuoti dagli uomini, eppure ancora pieni della figura umana. Pensi che sia una buona lettura?

Ti posso dire che con Michele si è trattato di un incontro basato sul silenzio e sul rispetto reciproco. Il suo modo di guardare il mondo mi ha trovato molto in sintonia perché amo la fotografia di paesaggio di questo tipo. Ho scelto di non dargli indicazioni. Sono molto lontana dalla veste curatoriale che dice all’artista quello che deve fare.

Per quanto riguarda la lettura: sì, penso sia giusta. Il ‘77 di Michele è la ricognizione della assenza/presenza dell’uomo nel paesaggio. Anche questo è un gesto di ribellione silenzioso: “non fotografo il lato glamorous della urban life, ma i margini, le reti rotte, le pozzanghere. Quello che sfugge, resta in attesa di un ruolo e, nostro malgrado, è bello. 

Michele Argnani, Via Baronessa, Ravenna. Giugno 2017
Michele Argnani, Via Baronessa, Ravenna. Giugno 2017
Allora dobbiamo proprio chiedertelo: che cosa è per te la bellezza?

La bellezza per me è sempre semplice ed elementare, non sovrastrutturata. Quotidiana e luminosa/numinosa. Basta saperla raccogliere (è questa la grande difficoltà, come cuocere alla perfezione gli spaghetti pomodoro e basilico – il mio piatto preferito).

Elena e Antonio