La parola alla curatrice di RAM 2017. La nostra intervista a Elettra Stamboulis

Intervistiamo la curatrice e l’anima del progetto RAM 2017, Biennale dei Giovani Artisti della Romagna, Elettra Stamboulis. Parliamo con lei di ciò che RAM e l’Associazione Culturale Mirada ha realizzato dal 1999, anno della prima edizione, e cosa ci aspetta per la prossima edizione di settembre 2017.

Uno sguardo schietto e attento che indaga con curiosità nell’arte contemporanea, quella che ci piace.

Samantha Holmes, Home, opera realizzata per RAM 2013
Samantha Holmes, Home, opera realizzata per RAM 2013
RAM 2017: qualcosa di nuovo e qualcosa di vecchio, consolidato. Parlaci della manifestazione 2017, tra passato e presente.

La formula di RAM è sempre un po’ cambiata nel tempo: la prima edizione nel 1999, l’ultimo anno del secolo che non mi sembra per niente breve, era organizzata selezionando a monte gli artisti (c’era per dire Davide Reviati per fumetto e Vincenzo Izzo per fotografia, che ora insegna in molte accademie italiane) e in vari spazi della città, tra cui la Galleria La Bottega. Poi ci sono stati gli anni della convenzione con il Comune di Ravenna, grazie alla quale la nostra città ha aderito al GAI e sono nati anche tanti progetti satellite, collaborazioni, esperienze diffuse, consulenza agli artisti. Sono stati 16 anni fatti di tanti incontri, gesti e scambi. Siamo stati ostetriche della creatività, dei percorsi di ricerca o professionali di moltissimi giovani.

Ora la convenzione non c’è più, il Comune ha deciso di gestire internamente la relazione con il GAI, il circuito fatto di Comuni per i giovani artisti, ma ha anche voluto riconfermare la parte di selezione ed espositiva, delegando però la collaborazione al MAR. Mi piacerebbe che questo fosse un passaggio che portasse la nostra città a diventare sede di una Biennale giovani artisti della Romagna, che chiamo ogni volta ROM, così qualcuno salta dalla sedia, perché credo che questo sia un territorio interessante da esplorare, con delle sue peculiarità e che possa essere inteso come un’area vasta che dal Sud di Rimini arriva alle colline faentine e tosco romagnole. Una collaborazione che so interessa sicuramente Rimini, e credo possa trovare interlocutori anche a Cesena Forlì.

Per il momento non ho risposte certe rispetto a questa ipotesi, ma non dispero…

Andrea Salvatori, Gulliver, installazione per Gemini Muse 2003
Andrea Salvatori, Gulliver, installazione per Gemini Muse 2003
“Facciamo un ‘77”. Perché questo anno è così importante per il panorama artistico italiano? Insomma, cosa è successo nel ’77? E perché lo ricordiamo dopo 40 anni esatti?

 Intanto i compleanni funzionano sempre, ci ricordano che esistiamo, ci danno la forza per guardare ogni tanto indietro, per progettare il futuro, invece di vivere un onnivoro presente.

La cosa che mi interessa di più è comunque la sua sostanziale unicità a livello internazionale, il ’77 è stato un movimento italiano, che non ha cugini in altri paesi. Certo, c’era il punk in Inghilterra, ma aveva caratteristiche peculiari diverse, anche se alcuni tratti comuni si possono individuare, come ad esempio l’irrisione istituzione, lo spirito nichilista e la totale sfiducia nel futuro.

Per l’arte italiana poi è un anno cruciale: dopo la settimana della performance a Bologna molte cose mutano e in generale il movimento imprime una svolta al fare artistico, che esce definitivamente da accademie e salotti, o meglio lì ci rimane sempre, ma diciamo assume forme più proteiformi, rivoli che non si riescono a contenere, va in strada, nelle occupazioni, diviene esperienza comune e quotidiana. Poi c’è il privato che diventa politico, l’irruzione del femminismo che spezza luoghi comuni e chiede spazi propri. C’è la disoccupazione giovanile, in particolare quella ad alta formazione, che irrompe nello scenario sociale e diventa un leit motiv che ci portiamo appresso come un fardello pesante e che costituisce il dna di questa Italia che non è un paese per giovani. C’è la critica al sistema politico tradizionale e la richiesta di nuovi modelli partecipativi… Molti processi, sociali, culturali e politici, si aprono nel ’77 e continuano anche oggi, se non si vedono gli aspetti di continuità e discontinuità non si riesce a leggere il presente.

Elettra Stamboulis

E un anno prima, nel 1976, nella provinciale Ravenna è stato un altro l’evento che ha mosso gli animi di tutti i ravennati. Dacci qualche suggestione visiva.

 Bene, immaginate una città invasa dai giovani. Tanti. Tribù che non vengono per la discoteca (ricordo che la Febbre del sabato sera è proprio del ’77…), né per il divertimento, vengono per il Festival della Gioventù, organizzato dalla FGCI, il cui segretario è l’allora giovane Massimo d’Alema. Il tentativo era quello di incontrare, arginare, ricondurre alle proprie corde, un movimento che ancora non si era riconosciuto tale, ma già era individuabile e presente.

L’”entrate e cambiateci” che aveva funzionato con il movimento del ’68 si voleva riproporre in quella torrida estate del ’76. Si era appena votato a giugno dando il voto anche ai diciottenni. Il PCI insieme al PSI totalizzava il 44% dei voti, ma la novità fu che entrarono forze che sedettero a sinistra dei comunisti, ovvero DP e i Radicali. Il clima sembrava quello di un cambiamento possibile. Eppure, qualcosa andò storto. Il rapporto con il movimento, con i giovani che avevano letteralmente invaso la città, per i quali si erano allestiti campeggi improvvisati, che visti ora nelle foto ricordano quelli profughi, non decollò. Fu anzi un incontro – scontro. I concerti furono seguitissimi, ma la parte politica, la relazione tra la politica organizzata e quella generazione si spezzò. Parlavano linguaggi diversi, e a Ravenna si vide esplicitamente per la prima volta. Forse per questo da allora in città di quel Festival non se ne parlò più…

Non solo sguardi, ma anche suoni. Durante la mostra ci sarà un’installazione sonora dedicata proprio alla ricostruzione di Radio sonora realizzata da Stavros Zagorakis (pseudonimo del musicofilo ravennate Corrado Molducci). Attraverso il suono, cosa ci può raccontare di più di quegli anni?

 Il lavoro di Corrado è per me interessantissimo: innanzitutto ricostruisce una trama musicale che è parte integrante del paesaggio sonoro e culturale di quegli anni che anche per la musica furono senza ritorno. Certo, non c’erano i Sex Pistols sul palco… Eppure fu un tentativo interessante di ricerca musicale di qualità in un contesto politico che non ha molti altri esempi, se non nelle situazioni autogestite e di occupazione, che da sempre sono stati luoghi di avanguardia da questo punto di vista. Inoltre Molducci ha fatto un vero e proprio lavoro di ricerca storica, intervistando chi c’era e ha voluto raccontare la propria versione, cercando materiali di archivio… insomma, un lavoro che valeva la pena di mettere in mostra.

Sara Vasini, Tu opera realizzata per RAM 2015
Sara Vasini, Tu opera realizzata per RAM 2015
Gli artisti sono giovanissimi. Ti facciamo una domanda scomoda: cosa possono saperne del ’77? E soprattutto come hanno affrontato questa sfida? Non siete stati un po’ troppo cattivi con la scelta di questo tema?

 Dovresti chiederlo a loro… Comunque, i temi non sono mai semplici. RAM pedagogia della sguardo non era certo su un campo lineare…

Tuttavia credo che il lavoro dell’artista oggi più che mai sia parallelo a quello del ricercatore e dell’antropologo. Quindi fa parte anche del processo di crescita dell’artista da giovane scontrarsi con l’ignoto. E proprio lo sguardo disincantato, strabico, di chi non c’era può svelare molto di più dei testimoni oculari.

C’è un’ampia letteratura anche in ambito storico che ci spiega quanto i testimoni diretti siano una fonte di cui si può diffidare… E poi, non c’è peggiore botola di quella della memoria personale. La loro poi, quella degli artisti intendo, è una versione. È il loro ’77. È l’eco di uno sparo, per citare un titolo di un romanzo di Massimo Zamboni, che secondo me rendere bene l’idea.

Dal 1999 l’Associazione Mirada ha sempre creduto molto in RAM. Qual è stata fino ad oggi la soddisfazione più grande?

Non pentirsi di niente di quanto abbiamo fatto. Essere rimasti fedeli a noi stessi. Non aver barato.

ram-2017

Una domanda che non manca mai nelle nostre interviste: che cosa è per te la bellezza?

Il necessario e il superfluo. il balconcino dell’orrendo quartiere popolare popolato di bellissimi fiori. La volontà di illudersi. Boh, in realtà non saprei. So cosa non è bello per me, montalianamente è più facile dire “ciò che non siamo, ciò che non vogliamo”.

Elena e Antonio