Oddone Baroncini. La sua arte “meticciata”

Sono le canne di bambù a raccontare la sua storia e i suoi quadri. A volte incorniciano la tela rendendola prigione dei suoi abitanti, altre volte gli suggeriscono come procedere e liberarsene spaccando la superficie in verticale. Sono il motivo costante o defilato delle opere d’arte di Oddone Baroncini.

“Mi sedevo a terra nel canneto vicino alla mia casa di San Marco (Ravenna) e pensavo e ascoltavo.” Così racconta Baroncini. “Quella natura non mi ha più abbandonato e torna determinata a entrare nelle mie tele.”.

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L’artista meticcio

L’artista meticcio, come lui ama dire, apre le porte del suo studio dove opere, bozzetti, fogli, colori, materiali e storie si intrecciano e danno vita al “meticciato”, all’unione di ricco e povero, chiaro e scuro, figurativo e astratto.

Ricchi sono i materiali che formano le tele come la seta, il velluto e l’organza. Così come il lapislazzulo e l’ametista, ritagli di una fabbrica che utilizzava le pietre dure, incastrate ora per sempre nelle larghe campiture delle tele. Poveri sono i tessuti che arrivano da una tradizione antica e che dovevano essere il cotone dei corredi matrimoniali di passata memoria. Il nero fondo di caffè che riveste e rende tridimensionale la tela e i colori ottenuti dal succo di melograno e dallo sbriciolamento delle noci del giardino dell’artista sono poveri anch’essi.

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Chiara è la luce che si sprigiona attraverso il canneto o che si riflette sulle bianche colombe nel buio della tela. Scuro invece è il velluto che diventa il nero più nero dei quadri di Baroncini e che nell’opera “La porta senza porta” invita al passaggio della realtà come nei Miti Indiani spesso fonte di ispirazione dell’artista.

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 Astratto è ciò che ne ricava

Passiamo alla figura, ma solo per poco. I bozzetti a pastello realizzati dopo o durante la visita del Parco dei Mostri di Bomarzo, Viterbo, sono la prima parte figurativa di un lungo lavoro: le testuggini simbolo di fama e trionfo, le belle figure maschili, le pavoncelle sulla testa della scultura di Nettuno, la moglie che osserva la statua di Persefone, una maschera azteca legata alla bocca dell’Inferno, un drago e un leone che combattono. Da queste forme che abbracciano il mito nasce il racconto dell’artista sempre in cambiamento. Astratto è ciò che ne ricava. Ma come spesso accade nel “meticciato” di Baroncini anche nell’astratto più puro si riconosce una figura umana o animale, o siamo noi a volerla vedere?

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Baroncini lascia al suo spettatore libertà di scelta e di sguardo. Dove il mi piace o non mi piace è più che mai lecito e interessante. È il quadro il solo e unico interlocutore e l’artista arriva dopo se, e solo se, il pubblico lo vuole. E noi lo vogliamo, così gli chiediamo di raccontare.

“Non sono un caricaturista. Che siano figurative o astratte le mie opere richiedono lavoro e introspezione a volte di qualche giorno, a volte di qualche mese…dipende dal caso.” Credere nella casualità e nei segni è ciò che lo ha avvicinato per pura combinazione al suo autoritratto in rosso. “Non era il mio obiettivo fare un autoritratto, è uscito da sé. Il caso.”

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Nel grande dipinto con le allodole in volo ritorna invece qualcosa in cui credere e che non è caso: è raffigurata la morte di San Francesco quando la tradizione narra delle allodole che si alzarono in verticale per poi ricadere come rapaci. Qualcosa c’è anche nel trittico astratto “Caino, Abele e l’Angelo” che, con la forza delle linee e dei colori, parla ai suoi spettatori e gli parla chiaramente dei tre protagonisti sebbene siano pure forme.

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In un altro trittico è presente la formazione a tre per eccellenza e in questo caso secondo noi: Inferno, Purgatorio e Paradiso. Si passa dal profilo di una donna in gravidanza, alla freddezza dei ghiacci per terminare nelle foreste bruciate.

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Ciò che spesso ne deriva è un tormento e l’artista lo sviscera attraverso l’utilizzo della ceralacca, altro materiale che Baroncini manovra e destreggia. “A parte gli artisti di Email Art negli anni ’70, credo di essere tra i pochi a utilizzare questo materiale.” E il suo impiego è cruciale quando dal nero della tela escono meteore di luce o il sangue e le lacrime colano su ferite aperte come pensieri costanti di vita e di morte, ancora una volta il meticcio ritorna. Tra la prigione e la libertà. L’angoscia e la sospensione.

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Così come sono sospese le sue opere appese nello studio senza cornice, le stringerebbe troppo dentro confini che non ci è dato trovare. E cambiano al modificarsi dell’inclinazione della luce che entra dalla finestra sul giardino. La natura penetra nella stanza e ispira il pittore durante il suo fare oppure cambia senza remore la tela invitandoci ad accostarci a particolari nuovi e stimolanti.

L’opera sprigiona così la sua forza muta e incisiva ancora portatrice di quella impura mescolanza che è la cifra stilistica delle tele di Oddone Baroncini.

Elena