Nicola Montalbini. Artista/orefice su carta a Ravenna

Andiamo nello studio di un giovane artista, ravennate vero: Nicola Montalbini. Tra i suoi quadri e gli animaletti dell’Arca di Noè iniziamo a parlare dell’arte che ci piace per finire con conversazioni su canarini bianchi.

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Dopo la sua personale “Achiropita” alla Galleria d’Arte il Coccio di Ravenna lo troviamo nel suo studio a lavorare senza sosta a nuove opere, oppure in giro in bicicletta per Ravenna a prendere nota di tutti i particolari della città che potrebbero essere riprodotti da lui su carta.

Elena: Come ti definiresti come artista?

Nicola: Se parliamo di tecnica ciò che sto facendo ora si tratterebbe più che altro di oreficeria. Ecco, sono un orefice su carta.

E: I tuoi lavori sono molto minuziosi e ricchi di intarsi. Con cosa operi?

N: Con degli intrugli di inchiostri che realizzo io e con pennini che sono come vecchie stilografiche.

E: Però ti ho visto e, non negarlo, lavori anche su PC.

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N: Sì, a volte.

E: Ma cosa preferisci? La carta o il pc?

N: Ma la carta naturalmente (e lo dice con un accento che più romagnolo di così non si può). Perché il computer ti illude di avere troppe possibilità, rischi davvero di “pisciare fuori dal vaso”. Bisogna anche sudarselo il risultato. Per esempio in un disegno quando vuoi lasciare un’area in luce non devi lavorarci sopra, col pc invece puoi cancellare. Sono nato con la matita in mano e non ho mai fatto altro.

E: Allora quando hai iniziato a disegnare?

N: Da piccolissimo, come tutti i bambini. Imbrattavo i muri e all’asilo nido facevo i ritratti a tutti i miei compagni di classe. All’età di sei anni cominciai a notare la città che avevo intorno e a “impallinarmi” con i mosaici, i campanili, i mattoni. Costringevo mio nonno paterno ad accompagnarmi in giro per Ravenna e fotografare ogni porta e angolino, tutto.

E: Poi…

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N: Inizio dal principio. Le elementari. Sono stato malissimo perché non venivo capito. Non facevo altro che disegnare. Le maestre si incazzavano come delle vipere e mi strappavano i disegni. Non si accorgevano che invece di imparare i nomi delle province della Toscana disegnavo il Mausoleo di Teodorico come era nel nono secolo.

E: Poi le medie…

N: Un bullo mi prendeva in giro perché ero ciccione…poi il Liceo Artistico dove i primi due anni sono stato costretto a fare inutili copie dal vero con matite durissime. In poche parole ci facevano dimenticare come disegnare.

E: Qualcosa di buono ci sarà stato…

N: Sì, dal terzo anno ho incontrato quello che reputo essere uno dei miei maestri: Paolo Raccagni, mosaicista di Ravenna. Mi ha dato tutto. Insieme a lui Paola Babini, professoressa che incontrai all’Accademia di Belle Arti di Bologna.

E: Cosa pensi dell’arte contemporanea?

N: Per me non esiste. E non definirmi un nostalgico passatista.

E: Però abbi pazienza, da quello che vedo nelle tue opere sei sempre rivolto al passato!

N: Quello che voglio esprimere con la mia arte è un discorso sul passato, è vero, e su quello che vedo nel presente. Il cervello sa le cose, la mano traduce quello che il cervello sa e la lotta è riuscire a coordinare la mano con la testa. Per me il problema dell’arte contemporanea è che non è mai stata così accademica come negli ultimi anni. In confronto i pittori accademici del Salon di Parigi erano degli avanguardistici.

E: Spiegati meglio.

N: Certi artisti perdono del tempo a fare delle cose che Lady Gaga in un video di 4 minuti e mezzo ha già messo in pratica. Penso inoltre che ormai l’arte è diventata il ricettacolo di chi non sa fare altro. Mi spiego, non sono riuscito a diventare musicista allora mi invento il sound design, non sono riuscito a diventare pittore allora divento un curatore… Secondo me bisognerebbe capire da dove si arriva e le basi di quello che si fa a partire dai colori.

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E: Cioè?

N: Prima di fare qualcosa io voglio ben capire da dove arriva e come è stato usato anche in passato. Per questo amo i pittori di icone, dal sesto secolo a oggi, che con la loro griglia sulla quale lavorare rivelavano e rivelano la loro libertà artistica. Molta più libertà di un artista che ha tutta l’autonomia del mondo e fa sempre la stessa cosa. Mi sento molto più affine a questi pittori di icone, un monaco del sesto secolo.

E: Direi più un orefice, studioso come un monaco amanuense.

N: Sì! Ecco! Studio come un matto. Infatti non riesco a fare un disegno di qualcosa che ho davanti. Anche in un disegno 10×10 cm ci deve essere una incrostazione di roba che si è sedimentata in testa.

E: La cosiddetta pittura “en plein air” a te proprio non sfagiola…

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N: No! Io odio la spontaneità nell’arte. Il pittore che davvero non mi piace è il ferrarese Giovanni Boldini. Tutto quello che non vorrei mai essere. Lui era figlio del suo tempo con una pittura che simula la spontaneità. Lui era uno che voleva dipingere come Monet ma non ce la faceva.

E: Torniamo al Novecento. Chi apprezzi?

N: Inizio da Giorgio Morandi che per me è un maestro. Quando ero in Accademia stampavo le mie incisioni nel torchio che usava lui. Poi mi piace molto un surrealista: Max Ernst. E degli scultori del Novecento che mi interessano più di altri e che sono Marino Marini e Arturo Martini.

E: Sai chi mi ricordi come tecnica e spirito? Domenico Baccarini.

N: Cavoli, è un complimentone. Grazie!

E: Andrai a visitare la Biennale di Venezia?

N: No no. Tutte le volte che sono andato a Venezia per la Biennale mi sono poi fermato a vedere la Basilica di San Marco o le Gallerie dell’Accademia.

E: Non sei andato male lo stesso. Da qui trai ispirazione per le tue opere?

N: Sì, e anche la letteratura. Soprattutto quella antica dei padri della Chiesa come Sant’Agostino.

E: E’ tutt’altra cosa ma, hai mai letto il libro Agostino dello scrittore Alberto Moravia?

N: No, ma lo farò.

Nicola è il vero ravennate, un po’ bizantino, un po’ “plumbeo”. Ci racconta cosa è per lui la città dei mosaici.

N: Spero davvero che nulla mi porti mai lontano da qui. Ho delle radici profondissime. Forse è una scelta più difficile di altre, ma io a Ravenna mi sento davvero a casa. Penso di essere una delle persone che conosce meglio la città fra tutti i suoi abitanti. Dalle periferie alle case che vengono demolite. Giro in bicicletta e a piedi e potrei elencarti le panchine di ogni quartiere.

E: Perché ti affascina così tanto?

N: Perché credo che sia anche una città molto underground. Chilometri e chilometri di residui industriali che abbiamo solo noi.

E: La tua arte può essere definita come una riproposta di ciò che è rimasto? Come quei fabbricati dismessi?

N: Piuttosto direi un tramando. Non ho assolutamente un modo di fare nostalgico. Dal passato mi piace continuare un discorso. Partire da lì per proseguire senza filtri.

E: Non vedo mai la figura umana, perché?

N: Non mi interessa. Ovunque vai e ti giri ci sono solo uomini. Figurati se li devo mettere anche nei miei quadri. Forse a volte qualche gatto, ma poca roba.

E: In fondo l’essere umano è sempre presente perché racconti storie dell’uomo. La finestra aperta nel tuo quadro qualcuno deve averla lasciata aperta o no?

N: Giusto! Piuttosto che gli uomini e gli animali disegno sarcofagi.

E: Perché?

N: Se ci pensi Ravenna è una città che vive nella decadenza, è una città morta e lo dicono tutti i ravennati come un mantra. È la città con più sarcofagi dopo Roma. Chiunque è passato di qui è morto da Dante Alighieri e Lord Byron ai grandi imperi della storia.

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E: Questo non mi rincuora, però è vero che tra le opere ci sono molti sarcofagi…

N: Sì, perché dicono molto più loro della città che altri monumenti. Sono vivi e per questo li faccio colorati!

E: Un aneddoto su Ravenna che solo tu conosci.

N: Eccolo. Sono particolarmente affezionato al Campanile della Chiesa di San Giovanni Evangelista. Nel 1948 mio nonno materno aveva 12 anni e aiutò i muratori nella ricostruzione del campanile dopo che fu colpito dai bombardamenti. Mentre il cemento veniva colato lui buttò una scatolina di latta con dentro un cartiglio con il suo nome, cognome, data di nascita ecc ecc. Vuol dire che dentro quel campanile c’è un po’ di mio nonno.

E: E’ come se Ravenna fosse davvero dentro le tue ossa. Un’ultima domanda che rivolgiamo a tutti i nostri intervistati. Che cos’è per te la bellezza?

N: La bellezza sarebbe, non è, rivedere il mio canarino bianco.

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Elena

  • Roberto

    Gran bella intervista! Concordo in parte sull’arte contemporanea, nel senso che ci saranno sicuramente i finti artisti, che si reputano tali senza avere realmente qualcosa da dire, però ci sono anche quelli che vale la pena ascoltare. Riguardo all’occhio verso il passato, beh, lì non si può sbagliare perché è un canone ben definito nel corso dei secoli. Invece creare qualcosa di nuovo, di innovativo, è sempre una sfida che purtroppo spesso fallisce e nella maggioranza dei casi viene rivalutata solo molto tempo dopo.