Maria Rita Bentini. La curatrice ci racconta la sua RAM 2017

Tra Ravenna e Bologna insegna Storia dell’Arte contemporanea all’Accademia di Belle Arti.

Alle ricerche storico-artistiche affianca l’attività di critica d’arte, in particolare legata ai giovani artisti.

Lei è Maria Rita Bentini e al Museo d’Arte di Ravenna è curatrice per RAM 2017. Ci regala un’analisi profonda della manifestazione che dal 1999 si è dimostrata essere “un passaporto per entrare nel mondo dell’arte contemporanea”.

Cosa significa per te partecipare a RAM 2017 come curatrice? Cosa pensi ti potrà dare più soddisfazioni?

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Perché partecipo a RAM 2017? Una bella domanda dopo un’avventura tanto lunga. Ho incontrato il concorso nel 2001, presentai Giulia Ricci che aveva vinto per la Pittura, ed era la sua prima Personale, Galleria Sumithra.

Ogni edizione ha avuto un suo particolare perché, ma con una sguardo lungo è la qualità speciale del progetto dell’Associazione Mirada ad avermi calamitata, anzi che mi calamita, visto che sono qui.

Uno screening del territorio e dei suoi talenti, a metà tra il mio impegno all’Accademia di Belle Arti di Bologna (e di Ravenna, da alcuni anni) e la curatela indipendente. Ho conosciuto così Yuri Ancarani, aveva partecipato nel 2003, il suo lavoro era “in erba” ma interessante, lo presentai e poco dopo insieme a Serena Simoni, progettando la rassegna No Border, decidemmo di affidargli una mostra personale di grande impegno e di sostenere con il Museo d’arte della città la produzione di Cuore, il suo primo lungometraggio. Fu il decollo per lui, lo chiamò subito Scotini a Villa Croce, Genova, ed ebbe altre importanti occasioni: oggi è al MAXXI, a Locarno, al MoMA. Giulia Ricci invece vive e lavora a Londra, un suo lavoro esposto alla Royal Academy, una Galleria che la promuove, interventi in spazi pubblici e privati, una bella ricerca artistica, insomma.

Allevare talenti non è fare una mostra-vetrina, ma un’altra cosa, riempie di soddisfazione ed è comunque una scelta politica. Peccato che le Istituzioni non lo abbiano più capito.

Un’altra ragione risiede nella passione che sostiene il progetto, nel progetto stesso. Il premio non si riceve, essendo premiati “si dà” perché chi viene selezionato deve creare un’opera nuova nata dal tema di RAM, ogni volta diverso, scelto da chi cura. In cambio c’è la mostra in uno spazio istituzionale come il Museo d’arte della città, un bel catalogo con presentazione critica, la comunicazione: insomma, un passaporto per entrare nel mondo dell’arte contemporanea. Lavorare con un tema è sempre spiazzante. Porta fuori di sè, è un mettersi insieme per capirlo, per far nascere nuove risposte, per interrogarsi l’un l’altro, artisti e curatori. Ci si incontra, ci si confronta. Ogni testo, ogni opera sono nati così. E poi…questa energia frutto di collaborazione gratuita non si dimentica.

La mia lista del cuore è Giulia Ricci, Silvia Chiarini, Yuri Ancarani, Roberta Salvatori, Giovanni Lami, Francesca Gardini, CaCO3 (Âniko Ferreira da Silva, Giuseppe Donnaloia, Pavlos Mavromatidis), Stefano Pezzi, Nicola Baldazzi. E chi ho incontrato grazie a RAM, con loro ci sono state poi altre avventure, come Viola Giacometti, Sabina Ghinassi, Claudio Musso, Antonella Perazza, Luca Maggio (il concorso include anche la categoria curatori), Emilio Macchia. E naturalmente i coraggiosi Elettra Stamboulis e Gianluca Costantini.

Parlaci del tuo lavoro da curatrice e di quel progetto di curatela che ti ha fatto modificare o evolvere il tuo modo di considerare l’arte contemporanea. Cosa deve essere importante in un piano di curatela? Quali sono gli aspetti dell’opera d’arte che ti piace valorizzare? La storia, la luce, la tecnica…
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Marina Abramovic e Ulay, Imponderabilia Bologna 1977

Mi interessa il progetto e mentre lo discuto con l’artista penso che prima di tutto io debba entrarci dentro e metterlo anche in discussione. Non è mai una questione estetica per me e comunque innanzi tutto è concettuale, sempre. La storia di un lavoro per me è lo scarto, la crescita rispetto al progetto fatto prima. Allora entra in ballo il linguaggio, quanto la pittura, la fotografia, o l’azione performativa sono la freccia che fa arrivare al cuore del progetto. Questo tipo di storia mi interessa sempre.

Di recente c’è stata un’esperienza importante. Con Mili Romano e Gino Gianuizzi ho curato Il Premio Daolio per l’arte pubblica, non si è trattato solo di assegnare un premio e poi di presentare con una mostra e un catalogo i premiati, abbiamo animato un laboratorio sull’arte pubblica in Accademia, coinvolgendo artisti italiani e stranieri, con conferenze e workshop, e moltissimi studenti. Il libro uscito in primavera, Lupetti editore, ne dà l’idea. Un’esperienza faticosa e molto impegnativa che ha cambiato il mio modo di essere e anche di considerare l’arte contemporanea, perché gli artisti sono relazioni, non centri.

Hai lavorato con un giovane artista su una tematica difficile: “Facciamo un ‘77”. Quali sono le difficoltà più grandi che hai incontrato?

“Facciamo un ’77” è stato difficile prima di tutto per me! Dopo lo shock iniziale e, lo confesso, dopo aver suggerito di cambiarlo, l’ho preso in mano. Mi sono chiesta: quale Settantasette nella mia memoria personale? Perché questa amnesia, mentre si celebra tanto la rivoluzione del 1917? Forse perché sono passati solo quarant’anni e i suoi protagonisti sono vivi, ma sono diventati diversi, così evitiamo l’argomento? Con Shani Militello, la giovane artista selezionata per la performance, abbiamo ripensato a una libertà vissuta e urlata nel ’77: il corpo, maschile e femminile, privato e politico, libero, in un flusso di comunicazione diretto nel canale dell’arte e non solo. A Bologna nel giugno di quell’anno fu organizzata la settimana internazionale della performance, cinquanta azioni in sette giorni alla Galleria d’Arte Moderna. Una rivoluzione che ci appartiene. Adesso il MAMbo ha ripubblicato il catalogo che la documenta, davvero un’esplosione di energie che oggi non sappiamo neanche immaginare di mettere in moto. La politica oggi ordina, non accoglie le esperienze che contengono novità, allora fu il contrario. Mi ha fatto molto pensare anche il progetto di Shani Militello, Gabbie. Lei ha vent’anni, come i ragazzi che fecero il Settantasette.

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Raccontaci di Shani Militello, l’artista da te curata in mostra. Si presenta a RAM 2017 con un’opera di videoarte. Come sviluppa la sua poetica attraverso questo mezzo?

Shani è una giovane artista dell’Accademia di Belle Arti di Ravenna, sta ancora studiando al Biennio Specialistico di Mosaico e fa esperienze diverse, ma ha individuato un suo linguaggio espressivo nella performance, che ama filtrare attraverso la costruzione visiva e narrativa del video.

L’abbiamo scelta per questo, piuttosto che per il Mosaico. E’ giovanissima e questa è un’occasione di crescita. L’abbiamo selezionata vedendo À rebours, il video presentato a Torino per il Festival “Il senso del corpo” FISAD, una sottile affermazione della forza dell’azione, quella dell’avanzare nell’apparente immobilità optical del bianco e nero. Human stone invece è la performance presentata a maggio in tre diversi luoghi di Ravenna per “Emergenze creative”, nella quale con la collaborazione di tre performers ha paradossalmente dato vita e movimento a un sasso. Energia compressa ma viva. Ora grazie a RAM parteciperà anche al Festival Ammutinamenti.

Prima ho parlato di allevamento, pensando al critico, adesso devo dire allenamento, pensando all’artista.

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Shani Militello
Terminiamo con una domanda che rivolgiamo a tutti i nostri intervistati: che cosa è per te la bellezza?

La bellezza è un’esperienza che ferisce lo sguardo, che lo destabilizza, aprendo a qualcos’altro di non visto, mai pensato o vissuto prima. Che anche nel flusso indistinto delle immagini contemporanee non si cancella.

Elena e Antonio