Intervista a noi. Vita da Expat

Che sta per expatriate, espatriati, lontani da casa, fuggiti all’estero, lavoratori fuori sede. Non c’è una traduzione che calzi a pennello e, come spesso accade con la nostra lingua, per trovare una versione attendibile in italiano siamo costretti a ricorrere a lunghe frasi esplicative.

Nella veste di expat, ossia coloro che hanno scelto principalmente per questioni lavorative di trasferirsi in un paese straniero, questa volta vogliamo intervistare proprio noi, Elena e Antonio, perché in fondo un pochino interessanti lo siamo.

Facciamo un breve riassunto delle puntate precedenti. Da settembre 2014 a luglio 2015 non ci avreste trovato né a Milano né a Ravenna, ma a Marrakech. Scelta bizzarra direte. È arrivata infatti proprio dal Marocco una proposta di lavoro che abbiamo deciso di seguire e per la quale abbiamo vissuto a Marrakech per circa un anno. Per maggiori dettagli a voi il nostro sito da expat: www.tantomenevadoamarrakech.wordpress.com

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Cominciamo allora con le domande, come un’intervista che si rispetti. Come è stato l’arrivo in terra d’Africa? Il racconto del primo sbarco a Marrakech.

E: Il mio primo approdo in Marocco risale a prima del 2014, da turista. Poi me ne sono innamorata e quando ho ritoccato la terra africana ci sono restata per un anno, su quella terra. I colori, i profumi, le puzze, la gente. Tutto mi diceva che in quel posto mi sarei dovuta fermare per più di una vacanza. E quando il mio cellulare ha squillato e la proposta di lavoro è arrivata, io mi trovavo a Milano con Antonio. Lui mi ha guardato dritto negli occhi per qualche secondo e mi ha detto: “Partiamo”.

A: Dopo il fatidico “Partiamo”, una volta arrivati nel parcheggio “de la prefecture” a Marrakech il mio primo pensiero è stato “Dove cazzo sono capitato”. Alla fine ci ho lasciato un pezzo di cuore.

expat a MarrakechVivere da stranieri, da expat. Com’è e come eravate guardati dalla gente del posto?

E: Expat non mi ci sono mai sentita. Stranieri lo eravamo, senza dubbio, ma solo per la prima settimana. Poi siamo diventati Marrakchi, abitanti di Marrakech. A volte sì, la gente mi guardava curiosa quando da europea bionda, più o meno, e senza velo rivolgevo loro qualche parola in arabo. Ma presto mi hanno riconosciuta parte del loro mondo e il mio viso scoperto e rispettoso non ha creato più domande. In più, con i turisti che si trovano a Marrakech tutto l’anno gli abitanti della città hanno visto ben altro dei capelli al vento. Mettete magliette che coprono le spalle e pantaloni al ginocchio, forza turisti! Crediamo in voi!

A: Bisogna far comprendere alla gente del posto che non sei di passaggio e che te la può raccontare fino ad un certo punto. Fregature all’inizio ce ne sono state ma poi si crea un rapporto di tacita complicità. “Siamo diversi, inutile nasconderlo. Ma siamo dalla stessa parte”. Più che accettarci, ci hanno adottato.

Vi è mancata la pasta e la pizza?

E: Ammetto la mia fortuna. I proprietari del Riad dove lavoravo sono italiani e amanti del buon cibo come me. Durante i pranzi con i ragazzi che lavoravano al Riad si mangiavano piatti di tagine, kefta ma anche pasta. Il parmigiano era il re della tavola. Amato da tutti!

A: Lo ammetto, un po’. Ma adoro la cucina Marocchina e in generale i sapori nuovi. E poi Marrakech è piena di supermercati dove puoi trovare la Barilla e le verdure sono buonissime quindi all’occorrenza due spaghetti al pomodoro non ce li toglieva nessuno.

Cosa vi ha spinto davvero in Africa?

E: L’avventura. La sfida. Mettersi in gioco ma da grandi. Con la testa.

A: L’ignoto.

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Lo rifareste?

E: Sì, altre cento volte.

A: Sì e con gli stessi sbagli, perché era ciò che andava fatto in quel momento.

Una cosa che Marrakech vi ha insegnato.

E: Inshallah. Se Dio vuole. La consapevolezza che in fondo noi uomini possiamo poco e che in molti casi bisogna mettersi nelle mani di qualcosa di più grande, al di là delle forme religiose. Mi hanno insegnato ad aspettare e rispettare. A iniziare una conversazione con un saluto vero e una domanda che vale tutto: “La bés?/Come stai?”.

A: L’attesa, l’attenzione alla qualità della vita. E che sono troppo occidentale.

Elena e Antonio