Il terrore degli spoiler, l’epidemia del decennio

Como, agosto del 2005. «Ma, secondo te, perché alla fine Piton ha deciso di uccidere Silente?».

La voce è di mio padre. Mentre formula la domanda, stringe ancora il bicchiere da cui ha appena bevuto un sorso d’acqua e cerca di incrociare lo sguardo di mia madre, seduta dalla parte opposta. Io, nel mio loculo al fianco di papà, a momenti mi strozzo mentre bevo la mia Coca e, tramite il più tipico dei film-mentali-in-punto-di-morte, rivedo tutta la mia vita in pochissimi attimi, realizzando con qualche secondo di ritardo di essere di fronte al più grosso e fastidioso spoiler della mia vita. Anche se in quel momento nessuno li chiama ancora così.

Del resto sono gli anni più ruggenti della Potter-mania, il fenomeno che ha contraddistinto più o meno uniformemente gli ultimi vent’anni ma che non è mai sembrato inarrestabile e totalizzante quanto alla metà del decennio passato. Chi c’era lo sa, se lo ricorda. Pensate alle tre o quattro serie TV più apprezzate di oggi e mettetele insieme: non arriverete nemmeno al 50% dell’interesse, dell’hype e della smania di conoscere la conclusione che c’era un decennio fa riguardo a Harry Potter. Tutto ciò rende l’idea di quanto – facendo fede alla sua traduzione letterale – quel mega spoiler sulla morte di Silente potesse rovinarmi la restante esperienza potteriana, che all’epoca constava di un libro e tre quarti nonché di almeno tre film.

Però, proprio come Harry Potter nell’antefatto della saga, sono sopravvissuto. E non così male come immaginavo perché il finale di tutta la storia lunga sette libri me lo sono goduto al 120%. E chi se ne frega della morte di Silente.

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Oggi, nel 2017, la paura degli spoiler è più tangibile che mai. Non conta che si parli di libri, fumetti, film o (soprattutto) serie TV: l’importante è non incappare in alcun “rovinatore”, a prescindere dalle dimensioni del suddetto. E fin qui tutto normale: le anticipazioni non richieste su svolte grosse della trama o cambiamenti nei personaggi – specie di un prodotto seriale – sono intuitivamente un male, lo capisce anche un bambino. Fin dall’alba dei tempi, infatti, è una legge non scritta ma sacra del quieto vivere comune che non si racconta la fine di una storia a chi, quella storia, ancora non ha avuto la possibilità di sentirla per intero.

Che oggi questo principio ancestrale si applichi a diversi media è semplice progresso: nel paleolitico l’unico intrattenimento possibile era riunirsi attorno al fuoco per sentire i racconti di vita vissuta dell’anziano del villaggio, oggi ci sono Netflix, il cinema, i fumetti e le saghe letterarie ma il rischio di rompere relazioni pluriennali di qualunque genere nel caso ci sfugga un’anticipazione in pubblico è identico a 50.000 anni fa.

Quel che però 50.000 anni fa non c’era sono ovviamente i social network, uno dei due fattori principali per cui questa cosa dell’ossessione per gli spoiler è tracimata oltre la soglia di guardia. L’altro è invece la serialità insistita che, in quest’epoca, pare dominare incontrastata ogni possibile forma di storytelling. Sono entrambi dati di fatto incontrovertibili: i social media erano pura fantascienza anche solo vent’anni fa mentre la sequenzialità come forma base della narrazione contemporanea è deflagrata definitivamente solo dopo il 2000, nonostante sia invece già da parecchio tempo che l’intrattenimento lega bene con la concezione di serialità.

Pensiamo ai romanzi dell’epoca vittoriana, che hanno fatto dell’ottocento il primo secolo in cui il rilascio in parti dell’”intrattenimento di consumo” è assurto al pieno successo: la strada è stata aperta dai cosiddetti penny dreadful, romanzi a puntate a poco prezzo pensati per l’intrattenimento delle fasce socialmente più basse della popolazione scolarizzata, seguiti quasi subito anche dalla letteratura più alta. Come tanti suoi contemporanei, per esempio, un Dickens pubblicava installements, letteralmente “a rate”. Oliver Twist, Il Circolo Pickwick e diverse altre opere dell’autore de Il Canto di Natale sono uscite a puntate e solo in un secondo tempo sono state raccolte in un unico tomo; si tratta di lavori già concepiti come unitari ab originem ma che, essendo pubblicati su riviste, sono stati consegnati al pubblico in più tranches, in più episodi. Dal singolo libro diviso e pubblicato in parti alla storia di ampissimo respiro che viene pubblicata in più libri il passo è stato (relativamente) breve. Pensiamo appunto al ciclo di Harry Potter o a quello che sta alla base di Game of Thrones, Le Cronache del Ghiaccio e del Fuoco, esempi recenti del fenomeno editoriale delle saghe di ampio respiro che è ben radicato nel mercato da diversi decenni. Ma durante questo secolo scarso di evoluzione letteraria anche il contesto è cambiato parecchio.

Tanto per cominciare, i romanzi ottocenteschi erano pur sempre realizzati dai membri di un élite sociale istruita (nobiltà, altissima e alta borghesia o, più in generale, nuclei familiari facoltosi e benestanti) e, anche se teoricamente potevano avere l’ambizione di esserlo, in pratica non erano prodotti “per tutti”. Il motivo è semplicissimo: almeno un terzo della popolazione (quando andava molto bene) non sapeva leggere. Perciò qualunque concetto di “grande pubblico” che si possa applicare al successo di Dickens nell’Inghilterra a lui contemporanea o, ancor meno, a Dumas nella sua Francia, non c’entra niente con il suo corrispondente attuale: all’epoca si parlava di decine di migliaia di lettori per definire “enorme” un successo, oggi servirebbero decine di milioni di fruitori. E questo fa già tutta la differenza del mondo.

In più, l’invenzione e la diffusione capillare della televisione hanno fatto il resto. La serialità è trasmigrata con successo spesso crescente dalla letteratura al cinema e dal cinema alla radio, per poi arrivare finalmente alla TV, dove è progressivamente cresciuta fino a esplodere completamente qualche anno fa, trovando il contesto probabilmente più adatto tra tutti quelli possibili. Le è servito un ulteriore scatto evolutivo di grosso modo mezzo secolo, passando attraverso diversi formati di serial per arrivare al contemporaneo concetto di serie TV e imporsi come modello narrativo di riferimento. Un lungo viaggio le cui radici remote vengono individuate nelle prime soap opera radiofoniche di ottanta/novant’anni fa e quelle più prossime ne I Soprano oppure X-Files, secondo vari esperti le prime serie “moderne”. Moderne perché è in queste produzioni che le singole puntate hanno cominciato seriamente a staccarsi dal concetto di “autoconclusivo” per abbracciare in maniera sempre più convinta un’unica trama di fondo che si dipanasse lungo l’arco di tutte le stagioni di vita di un prodotto. Attenzione: è per forza di cose una distinzione semplificata: ovviamente non manca una certa commistione tra i due poli opposti e se ne possono costruire infinite sfumature. Anzi, è lecito dire che non c’è una regola e ogni produzione trova il suo equilibrio tra plot che si concludono in un solo episodio e sotto trame che fanno da tessuto connettivo a tutta una stagione o anche più.

Di pari passo con la narrativa, anche la comunicazione è cambiata tantissimo man mano che i nuovi media prendevano piede e, con la definitiva diffusione a macchia d’olio di internet che ha portato al boom dei social network, è sotto i nostri occhi che – oggi – l’interazione (non solo) virtuale tra persone è completamente concentrata sull’immediato e sul racconto in tempo reale come mai prima. Facebook e gli altri social sono sempre lì, a disposizione per dar voce ai nostri pensieri perché è la loro funzione permettere all’utente di raccontare qualunque cosa. La chiave della nostra bulimia da condivisione sta nella facilità e disponibilità del mezzo.

La conseguenza è ovvia, anche senza ribadire per l’ennesima volta l’opinione di Umberto Eco sull’argomento: posso raccontare al mondo dove sono e cosa faccio, qui e adesso; tra due ore sarò altrove mentre faccio altro e potrò comunicare quell’altrove e quell’altro. Potrò sempre. E vorrò anche, nove volte su dieci. Così vengono condivisi pasti, viaggi, paesaggi e chi più ne ha più ne metta. Potevano mancare tonnellate di riferimenti ai fumetti, ai libri, ai film o alle serie TV che ci appassionano? Ovviamente no. Il tutto rigorosamente live, per di più, magari appena un prodotto esce.

Il problema acquattato subito dietro l’angolo è che cercare di comunicare agli altri quali storie ci piacciono (e spesso perché ci piacciano) senza rivelarne in alcun modo i contenuti è difficilissimo. Pensiamo per un secondo alle quarte di copertina dei libri: quanto spesso ci è capitato di pensare che potrebbero quasi essere tutte interscambiabili tra loro? Non di rado, siamo sinceri. Colpa della quasi inesistente specificità di quelle sei, sette righe in cui l’impiegato della casa editrice cerca di mettere insieme qualcosa che faccia venir voglia di comprare (o quanto meno leggere) il libro ma, al contempo, non svelare nulla della trama. Scrivere uno status di Facebook interessante o, peggio, teso a iniziare una discussione sul libro che abbiamo appena finito e apprezzato senza dire nulla della trama è complicato tanto quanto compilare una quarta di copertina attraente. Senza contare che, anche nel caso in cui riuscissimo nell’impresa, chi venisse a commentare il nostro parere potrebbe a sua volta non riuscire a trattenersi dall’esprimere il suo corredandolo di spoiler involontari e rischiando così di rovinare la sorpresa ai nostri contatti che, magari anche casualmente, si dovessero imbattere nello status con relativa discussione.

Si capisce bene che la tensione più o meno compulsiva a condividere ciò che ci piace nell’esatto momento in cui ne usufruiamo cozza inevitabilmente col concetto di serialità. Non è nient’altro che un ovvio scontro tra una necessità che si esaurisce sul momento e una narrazione per sua natura a lungo termine (l’essere divisa in puntate a uscita cadenzata allarga i tempi di fruizione di un’opera per definizione) fatta di tanti piccoli – ma fondamentali – snodi. Netflix, che si pone (tendenzialmente riuscendoci) come giardino dell’Eden definitivo del fruitore di serie televisive, ha prima individuato e poi provato ad arginare il problema proponendo diversi prodotti in maniera integrale fin dal primo giorno, facendo sì che gli utenti avessero a disposizione un’intera stagione nel momento stesso in cui questa uscisse, cercando così di liberare il pubblico dalla catena virtuale della dipendenza settimanale. Il lato positivo è che l’ingordo spettatore macinerà una puntata dietro l’altra ignorando i social finché non arriva alla fine ma, una volta conclusa la faccenda e ripiombato nell’astinenza forzata, ecco apparire all’orizzonte la silhouette minacciosa dell’inevitabile lato negativo: il temutissimo mega-spoiler onnicomprensivo da fine stagione. In estrema sintesi: per i frequentatori dei social non può esserci pace, da questo punto di vista. Perché non si possono controllare davvero e fino in fondo le “fughe di notizie”.

Ricapitolando: l’incrocio dei due flussi (social network e serie TV moderne) ha creato un mondo in cui abbondano sia l’offerta di prodotti seriali, sia le opinioni sugli stessi espresse in tempo reale via social. Però, come sappiamo fin dal primo Ghostbusters, incrociare i flussi è molto male. In poche parole, viviamo in un contesto in cui il rischio di incocciare in spoiler è sempre presente, potenzialmente molto ben nascosto e pronto a colpire a tradimento in qualunque istante con precisione killer. Tutto ciò ha portato alla psicosi di cui sopra e tutti noi conosciamo almeno un caso di ossessione profonda. Attenzione, si parla appunto di ossessione, non di normale e semplice desiderio di non vedersi rovinare sorprese e colpi di scena che una trama può riservare. Si parla di casi umani a cui non si può nemmeno raccontare che il nuovo personaggio apparso per tre minuti nella quarta puntata (e solo in quella) si chiama Gino, quando questo particolare non ha alcun tipo di rilevanza nell’economia del racconto.

Chiaramente, come sempre capita con estremismi & estremisti, l’esistenza di questo tipo di personaggi – che spesso non aprono internet per giorni quando escono le nuove stagioni delle loro serie preferite perché preda del terrore – ha fomentato tutta una serie di reazioni di segno contrario, tipo complottisti e anti-complottisti. Più esistono persone che si spingono oltre la paranoia pur di preservarsi dalle rivelazioni inattese, più ci sono dei simpaticoni che vivono come una crociata personale cercare di far arrivare i peggiori spoiler del mondo a chi si ammazzerebbe pur di non sapere prima del tempo come finisce la terza stagione di Breaking Bad. È così che accadono cose come i messaggini sulla morte di Han Solo in sovrimpressione durante la trasmissione RAI di Capodanno, il girare vorticoso di vari meme che sembrano innocui ma in realtà diffondono spoiler e aggiornamenti di stato con “rovinatori” infilati dentro a tradimento. Tutto ciò, palesemente, non serve a smorzare la tensione degli antispoileristi ortodossi ma, anzi, fa salire la loro già altissima soglia di guardia, quando non ne trasforma direttamente la minuziosissima circospezione in psicosi galoppante.

Certamente è terrificante che esista gente la cui unica missione è spoilerare l’ultimo episodio di Star Wars o l’ennesima morte di Game of Thrones perché è uno scherzone simpatico e divertente ma, allo stesso modo, non si può pretendere di troncare le proprie relazioni sociali (sia virtuali che reali) finché non ci si mette in pari col film o la serie del caso. È chiaro che evitare di avere precomprensioni sulla trama di un film/serie TV/quel che passa il convento prima di vederlo è meglio, ci mancherebbe. Ed è indubbio che sapere chi sia Keyser Söze prima di vedere I Soliti Sospetti qualcosa toglie, al sapore del film. Qualcosa ma non tutto, attenzione. Perché la forza di una storia non è mai solo la trama in sé ma anche come viene raccontata.

Detto male, conta tantissimo e, oggi ormai sempre di più, la confezione che una storia ha (in senso narrativo, non commerciale). E se la narrazione è valida, – come nel caso de I Soliti Sospetti, per conservare l’esempio precedente – pur conoscendo a memoria il colpo di scena finale, ce lo si gode ancora e ancora perché la vicenda scorre sempre con una magnifica fluidità. La forza vera di un’opera narrativa non è solo questione di twist vari ed eventuali, rivelazioni scottanti sulla trama o colpi di scena che si susseguono; ciò che è ben fatto fino in fondo sopravvive stoicamente anche a ogni possibile spoiler. Fight Club racconta una storia che va oltre serenamente al sapere già quale sia la pur cruciale rivelazione finale, un giallo comprato in Autogrill a 3,99 euro tendenzialmente no. Entrambi si reggono anche su un colpo di scena improvviso appena prima della conclusione ma mentre Fight Club resta Fight Club a vent’anni di distanza, del giallo scontato che abbiamo trovato nel cestone della stazione di servizio di Campopiano Ovest non si ricorderà nemmeno la mamma dell’autore già tra sei mesi. Com’è ovvio che sia. Qualunque sia il genere letterario di riferimento non è che ogni opera mai scritta sia diventata un capolavoro. E i capolavori sono tali perché restano nel tempo a prescindere dai cambiamenti sociali e dagli spoiler. Volando più bassi, è sufficiente essere produzioni valide e di buona qualità per poter garantire la sopravvivenza dagli spoiler, non è nemmeno necessario essere un capolavoro destinato a essere riguardato tra duecento anni.

Tra l’altro, si può rinforzare il punto anche con una considerazione che non si fa mai. È ovvio che nessuno voglia sapere chi muore a metà della quarta puntata della seconda stagione di Daredevil prima di vedere l’episodio in questione – è sempre utile sottolineare il concetto – ma, per quanto sgradevole, questo resterebbe uno spoiler circoscritto a quel preciso momento. La stagione va molto oltre, si compone di altri sei, sette, otto puntate. E lo spettatore non sa come reagirà il protagonista a quel lutto né che reazione a catena innescherà la morte né nient’altro: sa solo chi morirà. Dà fastidio, vero, ma se ci fermiamo a pensare alla cosa, il disagio del saperlo prima di vederlo dipende quasi totalmente dal grado di affezione per quel personaggio, alla fine. È una questione emotiva più che narrativa in senso stretto. Ed è un ragionamento che si può applicare a una grossa fetta degli spoiler più frequenti per tantissime delle serie più amate. Ancora una volta: non sono innocui, ci mancherebbe, ma contestualizzandoli forse non sono nemmeno così gravi da rovinare il piacere di gustare una serie.

Portando all’eccesso questo stesso concetto, abbiamo il caso estremo dell’immortale Star Wars: il legame tra Darth Vader e Luke Skywalker è talmente parte integrante della cultura pop contemporanea che è sostanzialmente impossibile che un qualsiasi abitante della porzione occidentale del pianeta Terra non ne conosca la natura. Ma ciò non fa desistere, ogni santo anno, migliaia di persone dall’accostarsi a L’Impero Colpisce Ancora nonostante sappiano perfettamente cosa aspettarsi dalla rivelazione finale (di cui, ai tempi, prima delle riprese non erano stati nemmeno avvisati i membri del cast a eccezione di Mark Hamill, al quale venne comunicata pochi istanti prima di girare la scena. David Prowse, l’uomo dentro lo scafandro di Darth Vader, aveva una battuta diversa da quella poi divenuta immortale).

In realtà, probabilmente dovremmo cercare di aver meno paura delle “anticipazioni indebite”, specie quelle involontarie e maldestre ma senza malevolenza nelle quali possiamo incappare ogni giorno. Perché, alla fine, si sopravvive anche al peggior spoiler. Toglie un po’ di magia? Ovviamente sì ma grazie al cielo non tutta. Perché una narrazione efficace non è fatta da soli colpi di scena o da soluzioni spiazzanti ai cliffhanger dei finali di stagione. C’è tanta, tanta, tanta roba in più in un buon prodotto. Se togliendo i twist a una serie non resta nulla, forse non era una gran serie, in fin dei conti.

Pensandoci bene, può essere che quel genio assoluto di Orson Welles avesse già capito tutto ciò che va capito degli spoiler già all’alba degli anni 40, eoni prima che si potesse anche solo pensare al concetto di “serie televisiva”. Del resto, Quarto Potere prende le mosse da un interrogativo attorno al quale ruota tutto il film e che, da sempre – e lo dimostrano anche i Peanuts –, è oggetto di continui spoiler, tanto da diventarne uno dei simboli per antonomasia e anche a oggi a distanza di tre quarti di secolo dall’uscita del film.

Sapere chi o cosa sia «Rosabella» (Rosebud in originale), però, non è che sposti più di tanto la narrazione per due motivi: prima di tutto, l’obiettivo del film è raccontare la storia dell’uomo Charles Foster Kane e non rivelare il perché questi mormori il nome della sua slitta sul letto di morte in senso stretto; in secondo luogo, il significato delle ultime parole di Kane è puramente metafisico. Detto male, Rosebud avrebbe potuto essere un qualunque oggetto legato alla sua infanzia, non per forza la slitta che vediamo bruciare nella fornace di Xanadu al termine della pellicola. Quindi il vero spoiler sarebbe: “Cosa sia Rosabella non conta nulla, in questo film. Ma è quel che rappresenta”, non “Rosabella è la slitta” che, pure, è invece quel che normalmente si dice da più di 75 anni per svelare la trama del capolavoro di Welles e (cercare di) rovinare la visione al neofita. Tuttavia, per chi non abbia visto Quarto Potere entrambe le rivelazioni non possono che risultare abbastanza criptiche; sapere che Rosebud sia la slitta è difficile che rovini la visione perché solo la fruizione della pellicola per intero consegna pieno significato alla cosa. In questo senso, Quarto Potere è un film apparentemente facilissimo da spoilerare ma che, allo stesso tempo, è quasi spoiler proof. E Welles l’ha concepito così una vita prima che si potesse anche solo pensare a un’eventuale psicosi da spoiler.

Forse ci prendiamo troppo sul serio relativamente a questa faccenda degli spoiler. Forse ci sono troppi pazzi in giro che ci costringono a prendere troppo sul serio la questione. Forse è colpa nostra che siamo troppo concentrati sui singoli colpi di scena e perdiamo di vista il disegno globale che, alla fine, è quel che conta. Chissà. Gli spoiler vanno evitati? Sì, possibilmente. Sono la fine di ogni nostro godimento? No, direi di no. Anzi, paradossalmente, a volte possono aiutarci a capire meglio un’opera o ci costringono ad apprezzare aspetti di una produzione che altrimenti non avremmo notato. È il caso di accettare l’eventualità che ogni tanto si possa incappare in uno di questi infortuni ma non per questo debba finire tutto. Persino uno dei più fastidiosi può essere un’opportunità per allargare la mente, in fin dei conti.

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Estate 2007, Cannes. Sprofondo nella poltrona dell’appartamento di miei zii dopo essermi impossessato di Harry Potter and the Deathly Hallows, qualche settimana dopo la sua uscita in lingua originale e più che deciso a non aspettare nemmeno per sbaglio l’edizione italiana. Ho i piedi su una sedia, sono mollemente stravaccato e non mi sono ancora tolto il costume da bagno: è l’estate della maturità e sono fermamente deciso a godermela tutta, conclusione della saga di HP compresa. Finisco di leggere il capitolo in cui muore Dobby e, per puro caso, entra in soggiorno mio papà. La tentazione diventa realtà prima che possa rendermene conto.

«Papà, tu hai letto solo i primi due capitoli dell’ultimo Harry, vero? Beh, sappi che…». Mia sorella Monica irrompe inattesa nella sala. Ha dieci anni e adora la saga ma non è ancora in grado di leggere in inglese. Correggo in corsa. «…che non ho la benché minima intenzione di lasciarti il libro. Abbiamo stabilito i turni e a te tocca dopo di me», mi salvo e lo salvo in corner.

Tutt’ora, a dieci anni di distanza, non so perché io mi sia fermato. Forse perché la morte di Dobby è incomparabile rispetto a quella di Silente nell’economia della storia, forse perché so che a mio padre, essendo di un’altra generazione, degli spoiler gliene frega tutto sommato il giusto, forse perché alla fine della fiera sapevo che la sua era stata una leggerezza e la mia, invece, sarebbe stata una bieca vendetta. Non saprò mai perché non sono andato fino in fondo e in realtà nemmeno mi interessa scoprirlo. So solo di aver realizzato che, alla fine della fiera, solo tacendo avrei concluso il percorso biennale che avevo inconsapevolmente iniziato con l’episodio della morte di Silente. Solo tenendo per me la morte di Dobby e interrompendo la spirale autodistruttiva spoileristica sarei riuscito a sconfiggere per sempre la psicosi da anticipazione.

Grazie a Dio (e a mia sorella Monica) sono stato zitto.

Giorgio Crico