Essere curatrice per RAM 2017: l’intervista a Antonella Perazza

È arrivato il momento di spostarci dalla parte delle curatrici con l’intervista a Antonella Perazza. Con sincerità ci racconta di sé e della sua pratica di curatela che è nata proprio grazie a RAM.

Inizia anche il conto alla rovescia per l’inaugurazione di RAM 2017 al Museo d’Arte della Città di Ravenna!

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Antonella Perazza
Cosa significa per te partecipare a RAM 2017 come curatrice? Cosa pensi ti potrà dare più soddisfazioni?

RAM per me è stata una grandissima soddisfazione nel 2013, anno in cui vinsi come curatrice. Da quella volta ho continuato a prendervi parte, occupandomi di svariate mansioni e supportando Gianluca Costantini nell’allestimento. Questo ogni volta significa imparare. Devo molto a RAM perché ha sbloccato alcune mie paure e mi ha lanciato nel mondo della curatela senza più riserve. Devo ammettere però che ogni volta vado incontro a delle novità. Ogni volta gli artisti da curare sono diversi, con tanti spunti e con tante necessità; è per questo che tutte le volte continuano comunque ad essere le prime.

Parlaci del tuo lavoro da curatrice e di quel progetto di curatela che ti ha fatto modificare o evolvere il tuo modo di considerare l’arte contemporanea.

Sono partita da un percorso un po’ diverso. Da diversi anni organizzo Festival di Urban Art, sia a Ravenna sia in altri paesi in Abruzzo. Ho sempre vissuto questa forma d’arte pienamente, senza riserve. Ho passato diverse ore al sole per guardare il work in progress sui muri, ho lottato con i piccoli comuni cercando di convincerli che l’Urban Art non è esclusivamente metropolitana…insomma dieci anni fa non era come adesso. E proprio adesso che è tutto più semplice, forse eccessivamente semplice, sto modificando il modo di approcciarmi ad essa. Non so dirvi come, ma sicuramente con un punto di vista molto più critico e duro, meno innamorato.

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Cosa deve essere importante in un piano di curatela? Quali sono gli aspetti dell’opera d’arte che ti piace valorizzare? La storia, la luce, la tecnica…

Nell’ambito dell’Urban Art mi faccio guidare dal muro e dal contesto. Una volta individuato l’artista più adatto a quello spot, mi occupo di fornire informazioni o di metterlo in contatto con persone che possano fornirgli spunti per arricchire l’opera: esperti del territorio, storici, ma soprattutto persone che abitano il luogo. Per me la tecnica deve essere uno strumento per lavorare sui concetti: un minuzioso iperrealismo o un virtuosismo coloristico risultano vuoti e “decorativi” se non sono sostenuti da una buona idea alla base.

Hai lavorato con un giovane artista su una tematica difficile: “Facciamo un ‘77”. Quali sono le difficoltà più gradi che hai incontrato?

Nell’opera di Jato è stato fondamentale il grande lavoro di ricerca e documentazione che ha portato avanti. Ho cercato di indirizzare la sua ricerca verso una direzione che coniugasse l’aspetto più sincero e “wild” dei graffiti, con quello più formale della Fine Art.

Raccontaci di Lorenzo Jato. I suoi lavori sui graffiti e sul lettering quale nuova lettura possono dare agli anni intorno al ’77?

Jato si è mostrato subito preparato sull’argomento. Ha condotto delle interviste su persone che hanno vissuto quegli anni e fin dalla prima mail ha avuto delle idee chiarissime su cosa fare. Credo che il pubblico non potrà che apprezzare lo sforzo e il risultato ottenuto dopo questo percorso artistico.

Jato, Spray su muro, Ransart (BE)
Terminiamo con una domanda che rivolgiamo a tutti i nostri intervistati: che cosa è per te la bellezza?

La bellezza è uno stato fluido della percezione, sfuggente, che non può essere etichettato e che spesso, e fortunatamente, contiene il germe del proprio contrario. La bellezza non è il “bello”.

Elena e Antonio