Il bianco e nero nelle fotografie di Chiara Talacci per Ram 2017

“Il bianco e nero è democratico […] Rispetto al colore il bianco e nero ha meno pretese di rappresentare la realtà tale e quale è, e ci accompagna in un altro mondo, quello della copia, della finzione…”

La giovane artista Chiara Talacci ci invita a entrare nella sua “camera oscura” per presentarci le sue fotografie per Ram 2017 al Museo d’Arte della Città di Ravenna.

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Definisci la tua arte, se è definibile. A cosa e a chi ti ispiri nel tuo percorso artistico.

Lavoro spesso sull’autoritratto. Questa forma espressiva mi ha sempre affascinato come metodo d’indagine sulla realtà. Mi servo spesso di superfici che facciano da intermezzo tra me stessa e la macchina fotografica, possono essere vetri, specchi, e questi rinforzano la consapevolezza di essere di fronte ad una rappresentazione della realtà che passa attraverso una lente. Sono state di grande ispirazione per me Cindy Sherman dalla quale ho “ereditato” il concetto di fotografia performativa, ma anche la Woodman o ancora Vivian Mayer con la sua ossessione per l’autoritratto.

Quali sono le tecniche che ti piace utilizzare o che sono a te più congeniali?

Lo strumento che prediligo è sicuramente la macchina fotografica, generalmente scatto in digitale, utilizzando prevalentemente il bianco e nero. Rispetto al colore il bianco e nero ha meno pretese di rappresentare la realtà tale e quale è, e ci accompagna in un altro mondo, quello della copia, della finzione, rendendoci più consapevoli di assistere ad una verità filtrata dalla visione di qualcuno. Il bianco e nero è democratico perché con le sue scale di grigi ci impedisce di dare più valore ad un oggetto/soggetto in base ad un colore che spicca.

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Cosa racconti nelle tue fotografie e chi sono i protagonisti?

Un tema sempre presente nel mio lavoro è quello dell’identità, e non ci sarebbe maniera migliore di rappresentarlo se non attraverso degli autoritratti. L’identità a cui mi riferisco è un identità spesso corrotta, divisa dalla agenda degli obblighi sociali che ci impediscono di emergere per quello che siamo.

Immortali scene di vita quotidiana. Cosa ti fa fermare e decidere di scattare la fotografia? Quali sono gli aspetti che più ti interessano?

Sicuramente le contraddizioni, l’emergere della continua lotta tra il voler essere e il dover essere. Sono ossessionata dal doppio, per questo ricerco sempre superfici riflettenti, vetrine, specchi, perché aumentano la realtà o la alterano, nessuno di noi si può ritrovare in una personalità fissa poiché il nostro Io è frantumato, siamo un po’ tutte quante le maschere, tutti quanti i caratteri. Ogni fotografia diceva Roland Barthes è come un teatro primitivo, come un quadro vivente: la raffigurazione della faccia immobile e truccata sotto la quale noi vediamo i morti.

“Facciamo un ‘77” è il tema di RAM 2017. Cosa significa per te questo ’77 e come hai affrontato in fotografia un anno forse così lontano dal presente?

Prima di affrontare il tema mi sono precipitata al Mambo di Bologna, per rivedere la bellissima sezione dedicata al ‘77, con le performance di Gina Pane o dell’Abramovic, e il loro lavoro sul corpo, sul sentire di essere corpo, un tema che sento molto vicino.

Questa volta però ho deciso di avventurarmi in una strada nuova, accompagnata da Veronica, la mia curatrice, e allontanarmi dalla fotografia performativa che metto in atto di solito, per prendere il ’77 da un altro punto vista. Ho iniziato a fotografare sprazzi di vita che mi riguardano direttamente, senza troppi filtri, portando la macchina con me per documentare quell’animo di protesta che aleggia ancora tra le teste della mia generazione. Il ’77 è la totale libertà di espressione, sono gli anni del punk delle rivolte, delle radio libere, ed in questo senso il lavoro è lo specchio di questo approccio libero dagli schemi.

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Una domanda che non manca mai nelle nostre interviste: che cosa è per te la bellezza?

Ogni secolo ha avuto i suoi apici di bellezza, e ha sistemato la bellezza in una dimensione, ne ha fatto estetica, ha formulato dei canoni ben precisi per considerare ogni cosa bella o non bella. In realtà quando la bellezza diventa uno schema e viene idealizzata diventa grazia e ciò che è grazioso non può essere bello (Wittgenstein, pensieri diversi). Quando la bellezza diventa grazia non ci salva, come dice Dostoevskij, ma ci uccide, perché diventa un vuoto schema a ripetere a cui se non ti adegui sei tagliato fuori, o in errore.

Per cogliere la bellezza dunque è necessario impegnare tutti e i cinque i sensi, la bellezza per me è la ricerca della catarsi.

Elena e Antonio