Angela Vettese. Nuovo direttore artistico di Arte Fiera. La nostra intervista

Arte Fiera è la più importante manifestazione italiana d’arte moderna e contemporanea e si terrà a Bologna dal 27 al 29 gennaio. Angela Vettese sarà il suo direttore artistico.

Docente associato di Teoria e critica dell’arte contemporanea, direttrice del Corso Magistrale di Arti visive e Moda presso il Dipartimento del Progetto all’Università Iuav di Venezia, Angela Vettese è un punto di riferimento dell’arte contemporanea mondiale e sarà alla direzione di questa 41esima edizione che si annuncia essere innovativa su molti fronti, a partire naturalmente dal direttore.

Nuova edizione di Arte Fiera e nuova direttrice dopo molto tempo. L’impegno certo non l’ha spaventata, ma dove ha dovuto mettere di più le mani in pasta? Con chi o cosa si è dovuta scontrare?

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Scontrare è una parola che non userei. Ho piuttosto dovuto constatare che l’Arte Fiera in cui mi sono formata, visitandola con regolarità dai vent’anni in poi, non era più quella di un tempo, quando bastava venire a Bologna e andare a Basilea per avere un’idea del mondo dell’arte italiano e internazionale. In Italia, Artissima e Miart sono cresciute moltissimo e questo non è un mistero. All’estero la globalizzazione ci indurrebbe ad andare a Londra e a Parigi, ma anche negli Stati Uniti, che un tempo non avevano fiere importanti, e in Asia dove ne sono sorte di rilevanti. Insomma Arte Fiera deve trovare una nicchia nuova. Non si tratta di ritornare a un passato di maggiore prestanza rispetto alle gallerie internazionali, ma proprio di mettersi in cerca di un posto proprio. Lo identifico soprattutto con l’esposizione della migliore arte italiana, ma anche con la proposta di gallerie italiane che svolgono un lavoro internazionale importante. L’ostacolo maggiore è di natura fiscale, giacché le norme che regolano la compravendita di opere in Italia sono piuttosto vessatorie. Laddove le istituzioni cittadine si impegnano a comperare, come a Torino, o la città è tutta in crescita grazie a un momento quale Expo, come a Milano, questo può essere un male minore, ma Bologna ha lasciato un po’ da parte il proprio ruolo di capitale della cultura contemporanea, così ben delineato negli anni settanta – ma in realtà da mille anni, se si considera che la sua Università è stata la prima a nascere nel mondo – e ancora attivo nella cultura underground almeno fino al duemila. Che io non mi sia spaventata non è vero: l’età mi porta a essere meno impaurita di un tempo rispetto a impegni difficili, tuttavia sono consapevole che un semplice cambio di direzione non fa primavera.

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In questi giorni la stampa dedicata all’arte parla molto di lei e delle novità portate a questa Fiera. Potrebbe raccontarci il progetto che le sta dando più soddisfazioni e la sua dedizione alla Fotografia?

Lavorare con uno staff motivato mi diverte e inoltre ho potuto coinvolgere persone con cui ho lavorato in passato e che stimo: per la grafica Andrea Lancellotti, per l’editoria Amedeo Martegani, per la fotografia il gruppo con cui dirigo il Master presso l’Università IUav di Venezia, per la curatela di mostre Mark Nash, un veterano che ha co-curato Documenta e Biennale di Venezia, Marco Bertozzi, uno storico, teorico e regista di film documentario italiano, Chiara Vecchiarelli, reduce da anni di lavoro tra Kassel, Praga, Parigi e altre realtà cutting hedge, e ancora Simone Frangi, direttore artistico dello storico centro sperimentale Viafarini, Rachele D’Osualdo come editor per un catalogo che ho voluto un po’ diverso dal solito. Insomma sono in buona compagnia.

La fotografia, insieme al video, sono le uniche due tecniche artistiche che crediamo di possedere un po’ tutti, giusto perché la definizione con cui fotografa o filma il nostro smartphone è migliorata. In effetti tendiamo a ripetere stereotipi che ci hanno condizionato e che vengono sia dalle cartoline sia dagli autori maggiori. Mi è sembrato interessante coinvolgere il pubblico in un confronto doppio – attraverso la sezione di gallerie nella mostra-mercato e con la doppia esposizione Genda-Agenda, sempre in fiera, come modo per fare riflettere su cosa ancora possano darci coloro che, il fotografo o il videomaker, lo fanno di mestiere. 

Nino Migliori, Il Tuffatore, 1951, Galleria Valeria Bella
Nino Migliori, Il Tuffatore, 1951, Galleria Valeria Bella

Il caso dell’anno per le case d’asta in Italia è stato uno: la Merda d’artista di Piero Manzoni scambiata per 275.000 euro. Anche in Fiera si parlerà di mercato, ma come reagisce secondo lei in questo momento di ristrettezze economiche e che valore può avere una Fiera?

Non dimentichiamo che i Salon parigini, cioè le prime mostre d’arte, sono sempre stati luoghi legati a doppio filo al mercato: la mostra dove non si vende è una novità del Novecento. Persino la Biennale ha avuto il suo ufficio vendite fino al 1972. Penso che la committenza sia intrinseca all’arte, anche se una certa pruderie tende a farlo dimenticare e i curatori non sempre vogliono parlarne. Sta di fatto che le grandi opere e le loro mostre sono di solito prodotte da galleristi o collezionisti, cioè da chi vende o compra. I prezzi delle opere sono alti? Può darsi, ma non vedo perché non dovrebbero. La società, ci ha insegnato Pierre Bourdieu, ha bisogno di aree di distinzione, capaci di determinare il ruolo sociale di una persona attraverso non solo il suo potere di spesa, ma anche l’assennatezza o la sperimentalità del suo gusto. E’ vero che un tempo ci si soffermava più sull’antiquariato e sui tappeti che sull’arte contemporanea. Potremmo disquisire per pagine sulla ragione di questo slittamento. Al netto di ogni considerazione più o meno cinica, direi che abbiamo molta fame di presente, di passato recente e soprattutto di futuro. Vogliamo sapere dove stiamo andando. Quanto poi alla Merda d’artista, pochi si rendono conto che è un’opera complicata, precisa, pensata, fabbricata con criteri che vanno dal potere di un’etichetta al riferimento al cibo in scatola, dall’idea della consacrazione dei rifiuti – tema oggi cruciale – a quella di una sacralizzazione del corpo, inclusi i suoi escrementi. Se nel 1961 era precoce pensare a questi e altri aspetti, oggi è doveroso.

Uno dei libri capisaldi nei miei studi di Mercati dell’Arte è stato il suo Capire l’Arte Contemporanea. Consigliato e prestato da me a tutti quelli che guardando un’opera d’arte mi dicono: questo so farlo anche io! Le chiedo di aiutarmi: per capire l’arte contemporanea è davvero necessario andare a fondo della stessa attraverso la sua dietrologia o basta che susciti emozioni e attenzioni nello spettatore?

CHRISTO, WRAPPED REICHSTAG (PROJECT FOR BERLIN) SU CARTONE, 1986, Tornabuoni Arte
CHRISTO, WRAPPED REICHSTAG (PROJECT FOR BERLIN) SU CARTONE, 1986, Tornabuoni Arte

Non facciamo dietrologia quando studiamo cosa ha motivato il passaggio da Mozart a Beethoven, né quando ci chiediamo cosa resta dell’Ariosto in Tasso. Qualsiasi opera d’arte può essere letta a caso, ma per capirla davvero – ammesso che sia possibile, dal momento che resta sempre un libro aperto alle considerazioni future – è meglio avere una qualche competenza. Persino un verso dantesco come “Vergine madre figlia del tuo figlio”, se non conosco nulla di cristianesimo, dell’idea di maternità, dell’umiltà che connota la figura di Maria nei Vangeli, del Credo stesso così come è stato elaborato dalla patristica, finisce per essere un calembour. Quanto alle emozioni, qualsiasi testo le offre solo se ci offre un incrocio tra ciò che sappiamo e ciò che sentiamo. Altrimenti meglio un tramonto dal vero, l’aria dei monti sul viso, il rumore dell’acqua. La natura senza trasformazione, insomma, perché io credo che l’arte sia sempre una trasformazione della natura – nella sua accezione più vasta, capace di includere l’umano e le trasformazioni che questo ha imposto all’ambiente esterno e al proprio vissuto interno.

 Il claim per il blog www.ars404.com è “Looking for Beauty”. Siamo alla ricerca della bellezza e ovunque cerchiamo di identificarla, e allora le domandiamo: che cosa è per lei la bellezza?

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Gina Pane, Fragments de solitude, 1970. Galleria l’Elefante

Non saprei. Credo sia un argomento su cui dovremmo interrogare la scienza. La prima forma di bellezza è una certa forma di simmetria che aiuta a considerare sana una pianta, un animale, una persona, insomma un entità che ha a che fare con la riproduzione sessuata. Che poi io veda bellezza in una felce, che sessuata non è, probabilmente si deve a un’estensione del mio stesso sentire rispetto appunto alla simmetria, al colore, al movimento. Ha mai visto la danza di corteggiamento dell’uccello del paradiso? Apre le ali in modo che la livrea diventa un viso che si apre in un grande sorriso azzurro. Ciò detto, è ovvio che l’uomo ha complicato fino all’esasperazione un dispositivo già complesso negli animali. A noi non piace la regola, ma una sottile deviazione della regola come dimostrazione di forza, perché seguire la norma è ansiolitico e saperne tollerare le deviazioni può essere piacevolmente ansiogeno: può metterci in uno stato mentale attivo e non di mera contemplazione. Ricorda la storia del maestro zen che fa potare e ripotare al suo allievo un giardino perfetto, per poi spiegargli che la vera bellezza la si otteneva solo scuotendo un ramo di ciliegio in fiore per creare, con i petali bianchi a terra, quel disturbo alla perfezione che mette in moto il pensiero? Per me, come persona, la bellezza è questo; o almeno è questo che chiedo alla bellezza se la devo accostare all’arte, perché non c’è arte senza sentire ma il sentire non è tale, o almeno non è significativo, se appunto non si sposa con il pensiero. Conscio o inconscio.

Elena