Alberto Burri, il maestro. Così ve lo racconto

Credo di aver deciso che la mia strada fosse l’arte quando alla Collezione Guggenheim di Venezia ho incontrato un’opera di Alberto Burri. Non mi ricordo il nome o la data della tela, ma nella mia mente è chiara la sua immagine. Sacchi di iuta logori e strappati con macchie rosse come il sangue. La mia strada era ammirarla l’arte, non farla, no, non ne sono mai stata in grado.

burri-ex-seccatoi

Ho avuto la conferma della mia scelta non solo adolescenziale qualche giorno fa quando sono entrata agli Ex Seccatoi del Tabacco a Città di Castello dove Burri volle allestire i suoi cicli pittorici. Un cubo enorme dipinto di nero, come il Maestro ordinò, su una terra spoglia. All’interno la magia di un edificio alto 15 metri e così vuoto e freddo che nemmeno le sue opere avrebbero potuto mai riempirlo. È l’edificio che parla e sono i suoi grandi capolavori che ci danzano attraverso.

ex-seccatoi-città-di-castello

burri-ex-seccatoi

La vita

Nato a Città di Castello in provincia di Perugia, Burri si laurea in medicina nel 1940. Arruolatosi come ufficiale medico, viene fatto prigioniero a Tunisi dagli inglesi nel 1943. L’anno successivo viene trasferito dagli americani in un campo di prigionia in Texas. È qui che inizia la sua attività artistica. Da quel momento il medico non lo fece più e si dedicò alla sua arte ormai in Italia. Ho sempre pensato che per fare il medico un po’ folli sia necessario esserlo. Si muove subito nell’ambito del linguaggio astratto e le prime opere degne della critica appartengono alla serie delle Muffe, dei Catrami e dei Gobbi, con il loro carattere ancora pittorico. Colori ad olio, smalti sintetici, catrame e pietra pomice.

alberto-burri

È dall’inizio degli anni Cinquanta che comincia a lavorare ai suoi famosi Sacchi. La iuta povera e piena di rammendi diventa la protagonista e si aggiudica presto la nomea di classico nell’arte contemporanea. Nel 1952 è invitato alla Biennale di Venezia da un altro grande del suo tempo, Lucio Fontana, e nel 1955 il Guggenheim di New York dedica a Burri la prima monografia. Ma i sacchi durano poco, in fondo erano parecchio logori, e dal 1955 in poi si dedica a nuovi materiali: stoffe, camicie e tutto ciò che è usato. Dal 1957 è il fuoco a entrare sulle sue tele e con esso brucia legni o plastiche. È l’energia primordiale che lo interessa e che sfocia infine nei suoi più famosi Cretti degli anni Settanta: l’aspetto della terra essiccata è realizzata da una mistura di caolino, vinavil e pigmento di cellotex. Tanto che nel 1973 su questo filone si colloca il sudario di cemento con cui rivestì i resti di Gibellina terremotata in un famoso esempio di Land Art, arte che sarà adottata, da molti artisti contemporanei.

burri-cretto

Il costruire è la sua passione e in Italia dà l’avvio al recupero di ex aree industriali come gli ex Cantieri Navali della Giudecca a Venezia, gli ex Seccatoi di Città di Castello e gli ex Stabilimenti della Birreria Peroni a Roma. Morirà nel 1995 a Nizza.

Ex Seccatoi e arte

Se vogliamo proprio definirlo possiamo dirlo “informale” per il suo utilizzo e la sua ricerca delle qualità espressive della materia. Quella che rende vivi i suoi quadri assolutamente senza vita. Non cercò mai di avvicinarsi al figurativo, un po’ tutti gli artisti l’hanno fatto, ma lui no. La figura, soprattutto se umana, non gli interessava. Era piuttosto affascinato dai materiali e dalla loro sincerità, sincerità che la vita stessa a volte rinnega per la sua propensione innata alla finzione mimetica.

alberto-burri

Di finzione ai suoi Ex Seccatoi ce n’è poca. C’è la verità di un luogo che ha vissuto. Inaugurati nel 1990 con 128 opere dell’artista fra il 1974 e il 1993, agli Ex Seccatoi si trova la raccolta più esaustiva dell’artista e in fondo l’ultima straordinaria creazione di Burri. A lui si devono la scelta delle architetture, i principi del recupero e la realizzazione delle opere con il loro collocamento. L’edificio, dedito in passato all’essicazione del tabacco tropicale, è composto da 9 capannoni per una superficie di 7.500 mq per 15 metri di altezza. All’esterno tre monumentali strutture: il Grande Ferro K del 1982, il Grande Ferro Sestante del 1983 e il Grande Ferro U del 1990.

burri-capogrossi-fontana
Burri, Capogrossi, Fontana

Fino al 6 gennaio 2017 al piano -1 si sviscera la mostra “Burri. Lo spazio di materia / tra Europa e USA”. Dopo il successo della mostra di ottobre 2015 al Guggenheim di New York e la successiva tappa a Düsseldorf, le Celebrazioni del Centenario della nascita del grande artista continuano e si concludono con l’appuntamento espositivo a Città di Castello, suo luogo natale.

In mostra fino a inizio gennaio non solo il dottor Burri, anzi. Con lui i rappresentanti delle più significative tendenze dell’arte contemporanea dal secondo dopoguerra che possono essere avvicinati all’arte di Burri. Le centinaia di dipinti, sculture e installazioni qui riunite toccano le tendenze New Dada, di Nouveau Réalisme, Postminimalist fino all’Arte Povera e la Land Art. Infatti è la presenza dell’artista prima nella Parigi del ’48-’49 con Mirò e Dubuffet, poi negli Stati Uniti di Pollock e De Kooning che tocca l’opera di questi artisti presenti in mostra con le loro creature in cui è l’impiego esclusivo della materia e la spazialità inedita a fare grande il loro operato. Con i suoi “Ferri” e le sue “Plastiche” assume un ruolo esemplare per artisti come Klein, Manzoni, Kounellis, Pistoletto fino alle ricerche spazialiste e materiche di Serra e Beuys. Per arrivare al tanto acclamato Christo che dovrebbe un grande ringraziamento al nostro artista umbro. In conclusione la mostra propone al suo visitatore, ormai pieno di arte alla quale vale la pena avvicinarsi, una ricca sezione documentaria di apparati biografici e di carattere culturale come riviste, fotografie e manoscritti per fare luce su quegli anni unica nel suo genere.

christo-arman
Christo, Arman

A occuparsi di tutto questo patrimonio è la Fondazione Palazzo Albizzini Collezione Burri, costituita nel 1978 per volontà dello stesso Maestro. La Fondazione ha sede presso il monumentale Palazzo Albizzini, luogo espositivo dedicato all’artista e non solo.

Ars found. Missione compiuta.

Elena